lunedì 21 febbraio 2011

Pubblico e Privato



"[…] Un popolo libero sceglierà da sé gli uomini cui affidarsi, e, se desidera la propria salvezza, li sceglierà tra i migliori. La fortuna degli Stati dipende senza dubbio dalla saggezza degli uomini migliori, tanto più che proprio questo la natura ha voluto, che coloro che eccellono per virtù e coraggio comandassero ai più deboli, e che questi fossero disposti a obbedire. Si dice tuttavia che questa ottima forma di governo sia danneggiata da errati giudizi di uomini i quali, per ignoranza della virtù, patrimonio di pochi e solo da pochi riconosciuta e apprezzata, giudicano uomini migliori coloro che sono potenti per ricchezza e nobiltà di sangue. Per tale errore accade che uno Stato sia retto non già dalla virtù, ma dalla potenza di pochi, i quali si arrogano con la forza il nome di ottimati, mentre in realtà di tale nome non sono degni. Infatti le ricchezze, gli onori, la potenza, quando non s'accompagnino alla saggezza e alla moderazione nel vivere e nel comandare agli altri, sono motivo di infamia e di arrogante superbia, né vi può essere forma di governo peggiore di quella nella quale gli uomini più ricchi sono giudicati i migliori. Che cosa invece vi può essere di più bello di uno Stato che abbia per fondamento la virtù? E questo avviene, quando colui che comanda agli altri non è schiavo di alcuna cupidigia e, praticando egli stesso tutte le virtù alle quali educa ed esorta gli altri, non impone leggi che egli poi non osservi, ma propone come legge la propria vita ai suoi concittadini. E se potesse un uomo solo provvedere facilmente a tutto, non vi sarebbe certo bisogno di un governo retto da molti, e, d'altra parte, se tutti potessero vedere il bene comune e su di esso accordarsi, nessuno chiamerebbe gli ottimati a reggere lo Stato. Come la difficoltà di prendere decisioni fa passare il potere da un re a più persone, così gli errori e la sconsidcratezza dei popoli lo trasferiscono dalla moltitudine ai pochi. In tal modo, tra l'impotenza di un uomo solo e l'avventatezza della massa, gli ottimati tengono il giusto mezzo e svolgono un'azione moderatrice. Beata e fiorente è la condizione dei popoli che sono retti dagli ottimati: vivono infatti liberi da ogni cura e da ogni pensiero, poiché hanno affidato la tutela della loro tranquillità ad altri, che si assumono l'obbligo di difenderla e di far sì che il popolo non pensi che i suoi interessi siano trascurati. L'uguaglianza assoluta dei diritti, vagheggiata dai popoli liberi, non può infatti essere mantenuta: anche presso i popoli che godono della massima libertà avviene che le cariche si accumulino su determinate persone e si faccia grande distinzione di uomini e di onori. Inoltre, quella stessa uguaglianza livellatrice è quanto mai ingiusta: non è giusto infatti concedere gli stessi onori ai cittadini più ragguardevoli e a quelli di condizione più bassa. E questo non avviene negli Stati retti dagli uomini migliori. Queste considerazioni, o Lelio, ed altre di tal genere sano soliti fare coloro che approvano tale forma di costituzione politica»." (M.T.Cicerone, "De re publica I 51-52-53")

(51) […] Quodsi liber populus deliget quibus se committat, deligetque si modo salvus esse vult optimum quemque, certe in optimorum consiliis posita est civitatium salus, praesertim cum hoc natura tulerit, non solum ut summi virtute et animo praeesse inbecillioribus, sed ut hi etiam parere summis velint. verum hunc optimum statum pravis hominum opinionibus eversum esse dicunt, qui ignoratione virtutis, quae cum in paucis est tum a paucis iudicatur et cernitur, opulentos homines et copiosos, tum genere nobili natos esse optimos putant. hoc errore vulgi cum rem publicam opes paucorum, non virtutes tenere coeperunt, nomen illi principes optimatium mordicus tenent, re autem carent eo nomine. nam divitiae, nomen, opes vacuae consilio et vivendi atque aliis imperandi modo dedecoris plenae sunt et insolentis superbiae, nec ulla deformior species est civitatis quam illa in qua opulentissimi optimi putantur. (52) virtute vero gubernante rem publicam, quid potest esse praeclarius? cum is qui inperat aliis servit ipse nulli cupiditati, cum quas ad res civis instituit et vocat, eas omnis conplexus est ipse, nec leges inponit populo quibus ipse non pareat, sed suam vitam ut legem praefert suis civibus. qui si unus satis omnia consequi posset, nihil opus esset pluribus; si universi videre optimum et in eo consentire possent, nemo delectos principes quaereret. difficultas ineundi consilii rem a rege ad plures, error et temeritas populorum a multitudine ad paucos transtulit. sic inter firmitatem unius temeritatemque multorum medium optimates possederunt locum, quo nihil potest esse moderatius; quibus rem publicam tuentibus beatissimos esse populos necesse est, vacuos omni cura et cogitatione, aliis permisso otio suo, quibus id tuendum est neque committendum ut sua commoda populus neglegi a principibus putet. (53) nam aequabilitas quidem iuris, quam amplexantur liberi populi, neque servari potest—ipsi enim populi, quamvis soluti ecfrenatique sint, praecipue multis multa tribuunt, et est in ipsis magnus dilectus hominum et dignitatum -, eaque quae appellatur aequabilitas iniquissima est: cum enim par habetur honos summis et infimis, qui sint in omni populo necesse est, ipsa aequitas iniquissima est; quod in iis civitatibus quae ab optimis reguntur accidere non potest. haec fere Laeli et quaedam eiusdem generis ab iis qui eam formam rei publicae maxime laudant disputari solent.' (M.T.Cicerone, "De re publica I 51-52-53")
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