domenica 9 marzo 2014

Da grande farò... il contadino!!





Alcuni di voi già lo sanno, altri no, ma io sono un vero e proprio mezzo sangue.
E’ triste dirlo, ma è così! I miei nonni materni, infatti, erano contadini di un paese di una provincia del sud Italia, mentre i miei nonni paterni erano “borghesi” e mediamente benestanti.
Dico che è triste perché secondo le categorie del pensiero i contadini sono i poveri, la classe bassa del nostro paese (come gli operai, i pastori, gli inservienti etc…) e questo è sostenuto dalle condizioni economiche in cui vivono le persone facente parte di queste categoria, del loro grado di istruzione, dal loro modo di vivere una giornata fisicamente molto difficile.


L’altra classe (che è quella un gradino subito sopra) sta meglio, lavora solitamente negli uffici, ha una remunerazione più elevata così come un’istruzione migliore e compie dei lavori meno faticosi dal punto di vista fisico e leggermente più impegnativi sul piano mentale.
La cosa che però mi fa storcere un po’ il naso è che da che l’uomo è uomo questa distinzione è sempre esistita e migliaia di anni di dibattiti filosofici e intellettuali hanno lentamente fatto sì che questa distinzione si limitasse. Ma se osserviamo bene è avvenuto solo ed esclusivamente sul piano formale.


Se dovessi fare un resoconto economico dei due rami della mia famiglia troverei una bella differenza, ma se guardo più profondamente e osservo il modo con cui i due rami della mia famiglia hanno vissuto gli affetti, le gioie, i dolori e ogni vicissitudine della loro vita, probabilmente direi addirittura che le condizioni si ribaltano. Parlo in generale, poi c’è caso e caso ovviamente!
Allora la domanda che mi pongo è: quanto vale economicamente la vita delle persone? Vale forse quanto nella loro vita hanno studiato? Vale forse quanto nella loro vita si son spaccati la schiena con una zappa in mano? Vale forse la materia che producono col loro lavoro e a quanto viene venduta sul mercato?

Io credo di no!!!



Io credo che la vita delle persone oggi sia valorizzata molto male, che le differenze sociali e la distinzione in classi sociali sia oggi forte come prima, che la schiavitù sia abolita solo nei codici legislativi, ma che vendere un chilo di carote a 10 centesimi al chilo (quando al mercato poi le si trovano a 1,5€) e rifinire un pantalone a 15 centesimi (che poi al negozio si compra a 150€), mentre pagare una visita medica specialistica 500€  sia la più grande ingiustizia che la nostra società compie sui suoi membri. E’ una forbice troppo alta e che si apre sempre di più.
Io ho avuto la fortuna di studiare, a breve sarò ingegnere e probabilmente la mia schiena non soffrirà mai il peso di una pala e verrò pagato secondo quanto il mercato degli ingegneri (se poi sarò bravo me la potrò anche un po’ tirare facendo il prezioso) concede. 

Ma se penso ai miei nonni e alla mia famiglia materna provo un forte senso di imbarazzo. Forse che mia nonna che prendeva 500€ di pensione al mese ha faticato meno di me? O forse quelle olive che ha raccolto e che son state vendute sotto forma di olio in giro per l’Italia, quei carciofi, quei pomodori etc.. son stati economicamente meno fruttuosi per il PIL del nostro Paese? Probabilmente la seconda sarà pure vera, ma la differenza è così abissale? E stiamo paragonando un contadino con un ingegnere, figurarsi con un imprenditore internazionale o un grosso finanziere.



Poi provo a pensare ai miei coetanei, alle nuove generazioni e penso che siamo stati fortunati oggi a poter fare questi salti in avanti di condizione, poter studiare, diventare medici e avvocati, guadagnare meglio rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni. Ma se tutti diventiamo ingegneri e professori, chi coltiverà i campi per darci le carote da portare in tavola? Chi rifinirà i pantaloni che coi nostri stipendi potremo acquistare a 150€ a capo?
Se l’appetibilità di un mestiere si misura nel salario e nell’onorevolezza che il pensiero comune attribuisce a questi mestieri, nessuno è più disposto a farli, nessuno vuole più sottostare all’idea di retrocedere.

Ma è davvero una retrocessione? Da bambino ero felice coi miei nonni e i miei zii materni, mi piaceva seguirli e aiutarli con la mia zappetta e mangiare fichi, pesche e quant’altro ben di Dio appena colto dagli alberi. Non vedevo in loro degrado e inferiore condizione sociale. Vedevo nel loro sudore e nelle loro fatiche l’orgoglio di creare, di portare alle loro famiglie il cibo quotidiano, la contentezza di far qualcosa che gli piaceva e permetteva loro di avere una vita sana e felice.



Allora perché mai oggi viviamo questa condizione di pregiudizio? Perché nessuno più vuol fare questi mestieri? Perché questi mestieri sono così sottopagati, sotto considerati e sotto consigliati ai ragazzi che per studiare non sono fatti?
Mi piacerebbe che tutti questi mestieri, così detti umili e di basso rango, venissero riconsiderati, venissero riportati al loro antico splendore (siamo sempre stati noi italiani contadini, allevatori, artigiani e operai) e che chi oggi decide di intraprenderli sia trattato allo stesso modo di quei lavoratori più qualificati e titolati (è giusto che il mercato regoli i compensi, ma con uno stretto controllo e un occhio attento ai vincoli di sussistenza) verso cui sempre si vuole vertere.


Nella mia vita ho visto la felicità negli occhi delle due “classi sociali” e sono convinto che non esista giustificazione ad una valutazione così sproporzionata delle vite di coloro che ne fanno parte!
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