mercoledì 3 dicembre 2008

A Natale puoi....



Scusate il ritado nell'aggiornamento, ma questi giorni sono stato un pò occupato...
Oggi mi sento un pò pigro e per questo motivo vi voglio proporre un testo che ho molto apprezzato, che mi è stato mandato e che mi ha colpito e dunque voglio che tutti voi lo leggiate... Parla del Natale, di questa festa un pò strumentalizzata (a mio avviso) che se potesse alienarsi dal consumismo sarebbe ancora più bella... e per far questo forse si potrebbe prendere spunto dalle parole che Padre Biscardo ha scritto, per un Natale vissuto più nel proprio animo che nelle proprie mani...

"Sta per arrivare (ma non sappiamo l’ora)

Non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino (Marco 13)

Finalmente. La voce s’è sparsa in un baleno: ritorna, sta tornando. Ma l’attesa, scrive Marco, è soprattutto di notte; una notte scandita come sul grande orologio della stazione: nel corso della notte le ore non passano mai e l’attesa si dilata. Ogni tanto accendo la luce per uno sguardo alla sveglia: l’una, le tre, le quattro, come mai tanto ritardo? Mi viene in mente il Cantico: io dormo ma il mio cuore veglia. E come potrebbe dormire un innamorato in attesa?
Il suo arrivo imminente è la buona novella che mi stava dentro ma non avevo il coraggio di dire ad alta voce; è la telefonata giusta che aspettavo da tempo. Mi sarebbe bastato un messaggino silenzioso per farmi saltare di gioia: è in arrivo stop.

Stavamo cadendo uno sull’altro per lo sconforto; ogni giorno, o quasi, la notizia di un malanno; un amico che ci lasciava, una sconfitta, un arretramento. E poi tagli e mortificazioni. Ce ne andavamo un po’ curvi; anche i più giovani mettevano qualche capello bianco. Tutti un po’ litigiosi borbottoni permalosi disfattisti. Film e tv non erano che omicidi rapine taglieggiamenti diffide razzismi pacchetti sicurezza barboni bruciati. Le nostre anime sembravano pressate da un’enorme mano nera. Da un po’ di tempo non riuscivamo neanche a respirare; avevamo perso la voglia del colloquio e del mangiare insieme; rinunciavamo alle feste, evitavamo di ballare e di andare al cinema. Non ci spiegavamo cosa ci stesse accadendo.
Ma ora quel filo di luce che qualcuno fra noi (un po’ deriso dagli altri, diciamo la verità) si ostinava a non vedere tramontato, quel filo sembra prendere corpo. Lui sta tornando, lo dicono tutti; domani starà sui giornali.
E che cosa faremo una volta che Lui sarà di nuovo fra noi? Come ci muoveremo perché tutto sia pronto quando egli scenderà dal treno? Non basterà certo un discorso ufficiale, non potremo limitarci a un coro di benvenuto, non ce la potremo cavare con un pranzo di gala. E allora cosa faremo? Stavolta vogliamo di più. Troppo lunga è stata la notte, troppo acuta l’angoscia e troppo estesa la ferita. Non saranno quindi allestimenti effimeri come un villaggio olimpico ma progetti che dovranno segnare le nostre anime per un lungo periodo. Stavo per dire sempre.
Il suo ritorno non è in fondo che il nostro ritorno o il nostro pentimento per aver spesso disertato, per esserci avviliti senza reagire, per aver deposto gli strumenti dell’arte solo con un lungo sospiro. Ecco cosa scriveva in internet un anonimo cinese qualche giorno fa: ascoltando il discorso pronunciato da Obama la sera del 4 novembre a Chicago mi sembrava di udire una poesia. M’ha fatto provare un sentimento di vergogna per ogni volta che ho detto è impossibile, è inutile.
Al suo ritorno, dunque, Lui potrebbe trovarci già all’opera perché non ci sfugga il momento. Il ritorno di Lui (vorremmo rassicurare l’evangelista Marco) non ci troverà seduti qualunque ritardo portasse il treno. Da quando è circolata la notizia è cominciata la mobilitazione, si è scatenato un uragano di idee di fantasticherie di proposte. Ne è venuto fuori quasi il manifesto di una nuova epoca, il progetto di un new deal delle anime, la convocazione di un concilio a cinquanta anni esatti dall’emozione provata con Papa Giovanni.
Eppure una punta di paura mi resta. Ogni attesa è d’altronde un tremore. Ancora il Cantico: sul mio giaciglio lungo la notte ho cercato l’amato del mio cuore. Paura di che? La paura di non essere all’altezza di tanto personaggio; la paura di deluderlo e di mancare alle sue aspettative. La paura di farmi trovare ancora meschino; quasi senza idee senza entusiasmi e senza speranza.
L’attesa di Lui è però un evento così grande che l’organizzazione in fondo mi sembra un dettaglio. E’ un fatto che mi punge da dentro; è una lettera personale, una telefonata appartata, un caldo colloquio a tu per tu. Lo sento come una folata all’orecchio, un sollievo di petto, un braccio che mi avvolge le spalle. E’ l’intero mio corpo che vi partecipa, è tutta la mia mente che prende armonia. Il semplice aspettarlo è un benessere che s’installa in me piano piano, ora per ora: allargandosi e diffondendosi come una macchia di colore.
Ma cos’è in definitiva quest’attesa? E’ una voglia nuova di stare insieme, di adorare, di leggere, di ascoltarci a vicenda, di capire; e di esultare per un niente. E’ trasformare tutte le nostre storie minori, tutti gli angoli riposti e tutti i giorni che passano così veloci in un solo mosaico brillante. Che festa.

Ora permettetemi di dire che sono pronto a riceverlo: non so esattamente cosa farò ma basta osservarmi allo specchio. I miei occhi sono vivi e lucidi: dunque non mancheranno di guardare lontano."
Padre Biscardo (La giara incrinata)
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